Quando la psicoterapia funziona, attenzione ai “complici”..

Qualunque sia il motivo per cui si decida di intraprendere un percorso terapeutico, l’ obiettivo che ci si aspetta è quello di ottenere un cambiamento.images6
Un cambiamento di abitudine, di atteggiamento, di comportamento, di pensiero, qualcosa che renda diversi e meglio “equipaggiati” nell’ affrontare la vita con nuove consapevolezze.
Ma cambiare, e questo non va mai dimenticato, spaventa.
La persona che inizia un percorso di crescita avendo una percezione di sé come individuo insicuro, ansioso o depresso si accorge, avanzando nel percorso terapeutico, come certe sue caratteristiche si stiano modificando ed inizia ad entrare in relazione con aspetti di sé che gli erano sconosciuti fino a quel momento.
Per quanto tale evoluzione sia adattiva e porti allo svilupparsi di un’ immagine di sé come persona sicura e serena, a volte la tendenza è quella di difendere a spada tratta l’ immagine di se stessi più familiare sebbene sconveniente, ossia quella che ci ha spinti a ricercare l’ aiuto di un professionista in quanto è quella l’ idea di noi in cui, per quanto ci crei sofferenza, ci riconosciamo.
Il percorso di cambiamento, già reso difficile da questi aspetti personali, si complica ulteriormente quando anche le persone significative che ci sono intorno diventano, loro malgrado, sabotatori del  nostro percorso di crescita.
Quelli che possiamo definire “complici” sono di solito familiari, amici o colleghi con cui interagiamo nella quotidianità e che hanno un ruolo cruciale, sebbene inconsapevole, nel mantenimento della problematica che si sta cercando di superare.
Ciò avviene perché ogni persona vive all’ interno di un contesto sociale ed ogni comportamento, che sia adattivo o meno, avviene sempre in relazione a qualcuno. I complici sono coloro che, in qualche modo, traggono un vantaggio secondario dal disturbo del soggetto in terapia ed è per questo che, sebbene non in maniera maligna, possono rappresentare un grave ostacolo alla guarigione.
Possiamo usare come esempio una situazione piuttosto frequente: una ragazza che, soffrendo di attacchi di panico, con buone probabilità tenderà a dipendere dagli altri, avrà paura a fare le cose da sola e chiederà sempre la vicinanza della persone significative. Per quanto i genitori o il fidanzato possano essere preoccupati per lei e vorrebbero vederla serena, è probabile che, nel momento in cui, una volta iniziata una psicoterapia, la stessa ragazza imparerà, gradualmente, a vivere senza il bisogno di appoggiarsi a loro, tutti tenderanno ad avere dei comportamenti che impediscono questa sua evoluzione. I genitori potrebbero provare la sensazione di sentirsi inutili e temere che la figlia, diventando indipendente, si allontani troppo da loro così come il fidanzato, vedendo la ragazza uscire serenamente a cena fuori con le amiche anche quando lui non c’è, potrebbe iniziare ad essere geloso e temere di essere abbandonato.
Sulla base di questi timori le persone significative che ruotano intorno alla persona sintomatica, potrebbero mettere in atto delle strategie per riportarla alla situazione di partenza, strategie che, con buonissima probabilità, sono le stesse che hanno portato allo svilupparsi della sintomatologia stessa (in questo caso, per esempio, la ragazza potrebbe avere attacchi di panico, perché i genitori, nel tentativo di proteggerla le hanno d sempre trasmesso implicitamente il messaggio che “il mondo è pericoloso”).
indexÈ chiaro come questa fase del processo terapeutico risulti particolarmente delicata ed essenziale per chi la vive. Ciò che si richiede adesso è di prendere consapevolezza di certi schemi che hanno guidato la propria esistenza fino a quel momento, comprendere come hanno influenzato la propria visione del mondo e, cosa più difficile, spezzarli per crearne di nuovi all’ interno di una cornice in cui le persone significative, anziché favorire questo processo, senza neanche accorgersene, tentano di ricondurre ai vecchi schemi problematici.
Divenire coscienti di questo e imparare a mettere dei confini tra sé e gli altri, è un passo fondamentale per comprendere il sintomo e farne un importante alleato.

Riferimento Bibliografico:
– Wacthel, P. L. (2000), “La comunicazione terapeutica”, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino.

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4 pensieri su “Quando la psicoterapia funziona, attenzione ai “complici”..

  1. Ecco perché io con mia madre e con amici non mi ritrovo!!!
    Vado d’accordo solo con quelli ricoverati con me. Girerò il link a chi di dovere, sabotatori che non siete altro 😱 è già difficile la nostra vita così ….
    Poi ci sono i carichi da 90, quelli fughi 😎 che pensano di provocarti x vedere la tua reazione convinti che “sia terapeutico”.
    Ma non possiamo fare un treno e per Natald mandarli a quel paese?

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    • Salve A., capisco il tuo nervosismo..ma non dimenticare che i “complici” generalmente sono tali in modo inconsapevole. Non lo fanno apposta, anzi..loro tentano di aiutare, non rendendosi conto che spesso invece con i loro comportamenti “tipici” mantengono il disturbo.
      Fondamentale è la consapevolezza, da parte del diretto interessato, di questa dinamica..
      In bocca al lupo, allora! 😉

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