Il pensiero che fa sentire inadeguati: l’ “impotenza appresa”.

La “Profezia che si Autoavvera” dimostra come l’ opinione che ognuno ha di se stesso e la modalità con cui dà un significato al comportamento altrui, influenzino completamente il modo di porsi e, di conseguenza, producano effetti differenti sulle situazioni che vive.
Ciò comporta, per esempio, che un atteggiamento sorridente e di apertura nei contesti sociali, scatenerà con buone probabilità simpatia e interesse negli altri, attivando una serie di eventi per cui, sulla base dei feedback positivi ricevuti, ci si sentirà sereni e brillanti nelle relazioni con gli altri ottenendo sicurezza e determinazione.
Quando la tendenza prevalente è però quella di interpretare gli eventi in maniera negativa la “Profezia che si Autoavvera” assume un’ accezione contraria che viene meglio definita come “Impotenza Appresa”.
La premessa alla base di questo concetto è quella per cui, attraverso traumi ed esperienze negative su cui l’ individuo ha cercato di esercitare un controllo, si è determinata in lui la sensazione di essere incapace di agire e controllare la propria vita, generando un senso di immobilità che può, talvolta, determinare una totale demoralizzazione.
Impotenza AppresaSecondo Seligman, il senso di impotenza si sviluppa proprio nel momento in cui, di fronte ad eventi angoscianti in cui non si ha possibilità di controllo, si tende a perdere la fiducia nelle proprie capacità e ciò può portare allo sviluppo di sintomi depressivi.
Tale modalità è particolarmente presente nelle persone che hanno una personalità strutturata in senso depressivo (per approfondire, clicca qui) che le porta a sentirsi spesso in colpa per i risultati non raggiunti e ad attribuirsi, quindi, uno scarso valore.
Fondamentale, a questo proposito, è la modalità con cui si reagisce di fronte agli insuccessi in quanto a determinare il senso di impotenza non è tanto la riuscita o meno di fronte ad un obiettivo, quanto la spiegazione che la persona dà del proprio insuccesso; in particolare, il senso di impotenza appreso si sviluppa in chi ha uno “stile attribuzionale depressivo”.

In cosa consiste lo “stile attribuzionale depressivo”?

In genere, le persone tendenti a sviluppare il senso di impotenza appresa, tendono ad avere un pensiero generalizzato per cui di fronte ad un fallimento, anziché circoscriverlo alla situazione tendono ad alimentare pensieri (errati), quali “Non faccio mai bene niente oltre che attribuirsi completamente la colpa per quanto avvenuto “Ho sbagliato perché sono stupido”.
Il fatto, quindi, di attribuire gli eventi negativi della propria esistenza a cause globali, stabili ed autodeterminate porta a vivere la gran parte delle esperienze quotidiane come infelici e determina un impatto negativo sulla propria autostima.

Come uscire dal meccanismo dell’ “impotenza appresa”?

Rompere questo circolo non è una cosa semplice soprattutto perché tende a svilupparsi prevalentemente all’ interno di un assetto di personalità che poggia spesso su un’ immagine di sé, costruita nell’ infanzia, erroneamente valutata come persona di poco valore e caratterizzata da risorse limitate.
Tali convinzioni, generalmente molto radicate, sono difficili da modificare e talvolta necessitano di un aiuto specialistica teso a comprendere le origini e costruire un assetto di pensiero più consono a quella che è la realtà.
Può comunque essere di aiuto, una volta presa consapevolezza di questa dinamica, cercare di compiere un’ auto-analisi ogni qual volta ci si trovi a vivere un insuccesso, cercando di esaminare le convinzioni erronee e distruttive che aumentano il senso di fallimento.
Ad esempio: “È proprio vero che non faccio mai nulla di buono? Mi ricordo quella volta che..oppure “Non è vero che sono stupido, altrimenti quella volta non avrei preso quel buon voto, semplicemente stavolta non mi sono applicato perché sto attraversando un periodo di forte stanchezza”.

Reinterpretare la realtà nella maniera più obiettiva possibile, così come focalizzarsi sulle vittorie e sui pregi piuttosto che sui fallimenti ed i difetti, possono essere comportamenti  d’ aiuto nell’ evitare di amplificare un singolo errore generalizzandolo e facendolo divenire totalizzante e distruttivo.

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Riferimenti Bibliografici:
– Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.

La ruminazione mentale: quando staccare la mente dai pensieri sembra impossibile.

Ruminazione

Capita che certi pensieri o ricordi si insinuino nella mente in maniera continua e costante, creando circoli viziosi da cui pare impossibile uscire. Ed è così che la mente si stanca e si affanna per cercare di bloccare questo meccanismo, che può essere definito di “ruminazione mentale”, e che consiste nell’ incapacità di fermare il susseguirsi, rapido e stancante, di idee e dubbi che fluiscono ininterrottamente senza possibilità di interromperli.
Il processo di ruminazione è collegato al bisogno di controllare i propri sentimenti di apprensione e tristezza ed infatti tale segno è presente in alcune problematiche di ansia e nella depressione, caratterizzate dalla tendenza di chi ne soffre a focalizzare il pensiero in maniera esclusiva su esperienze emotive negative, valutando in modo distorto sia se stessi che l’ ambiente circostante.
Al di là dell’ aspetto patologico, caratterizzato da un disturbo vero e proprio, però, la gran parte delle persone sperimenta quotidianamente esperienze di questo tipo, soprattutto nei periodi caratterizzati da forte stress.Ruminazione2
Chi rumina, in genere, “rimastica” mentalmente episodi del passato, continua a rianalizzarli, a domandarsi  perché le cose siano andate in modo piuttosto che in un altro, continuando a giudicare la scelta fatta e vivendo sempre nel dubbio di aver sbagliato o di non aver, comunque, fatto la cosa giusta.
È chiaro che si tratta di una modalità di pensiero disadattiva in quanto, essendo concentrata su “ciò che poteva essere” non consente di guardare avanti e di sviluppare, quindi, buone soluzioni per risolvere i propri dilemmi ma implica anzi una perdita di energia, focalizzandosi sul desiderio di modificare un passato che, per definizione, è immodificabile. Quando tale circuito diventa consistente in termini di frequenza e di intensità può diventare anche molto molto stancante per chi lo vive, che ha la sensazione di “fondersi la testa a forza di pensare”.

Come si può rompere tale circolo vizioso?

Di sicuro non è una cosa semplice né, soprattutto, immediata anche perché la ruminazione è un meccanismo in buona parte automatico e, come tale, viene percepito come incontrollabile.
Va però detto che, a differenza delle ossessioni vere e proprie (ossia quei pensieri, immagini ed idee invasive che si presentano costantemente in modo irrazionale e accompagnate spesso da comportamenti – compulsioni – tesi a ridurre il disagio che ne deriva), possiedono la caratteristica di essere parzialmente “controllabili”.
Proprio facendo leva su questo aspetto può risultare utile cercare di “razionalizzare” il contenuto dei pensieri provando ad analizzarlo nella maniera più oggettiva possibile.
Cosa più facile a dirsi che a farsi per chi ha difficoltà a “staccare la testa”….ma non, per questo, impossibile.

Ecco alcuni suggerimenti per gestire le “ruminazioni mentali”….

  • Trovare elementi di distrazioneCapita che tali modalità si mettano spesso in moto nei momenti di noia e stress, ecco allora che la prima strategia che può essere utile per mettere a tacere questi pensieri fastidiosi, sia quelli di raggirarli, distraendosi. Ascoltare la musica, guardare un film, chiamare un amico che non si sente da tempo, fare un puzzale, un cruciverba, una passeggiata..qualunque cosa sia in grado di spostare la mente altrove.
  • Analizzare il pensiero in maniera logica. Quando la ruminazione riguarda, ad esempio, pensieri depressivi quali “Non c’è niente che vada per il verso giusto, tutto finisce per essere un disastro”; mettere nero su bianco, in modo obiettivo, quelle che sono le risorse ed i successi raggiunti nella vita, realizzando così che, effettivamente, non si è di fronte ad un fallimento totale.
  • Imparare a monitorare quelli che possono essere definiti “monologhi negativi” di pensiero. Individuare cioè, quei monologhi interiori caratterizzati da una vena vittimistica e distruttiva, questo consente di capire dove inizia “l’ inghippo”.
  • Sviluppare un pensiero positivo. Ogni volta in cui, per esempio, la ruminazione ruota intorno a pensieri tipo “Perché capitano tutte a me?”, può essere utile chiedersi se sia davvero così.
    Davvero non esiste nessuno, tra tutti quelli che conosci, che hanno dovuto rapportarsi ad imprevisti spiacevoli nel corso della propria vita..? Può darsi che a loro, così come a te, accadano sia cose belle che cose brutte, ma forse tu tendi a focalizzarti solo sulle esperienza spiacevoli.

Come detto poco fa, mettere in atto questi “esercizi” è cosa tutt’ altro che semplice, soprattutto nel caso in cui questa modalità di osservare se stessi ed il mondo circostante sia profondamente radicata; in questi casi si può pensare di rivolgersi ad un professionista con l’ aiuto del quale esplorare le proprie modalità di funzionamento al fine di modificarle.

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Riferimento Bibliografico:
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

 

 

 

 

 

 

Cambia la postura..e aumenta la fiducia in te!

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Avere sicurezza di sé è una caratteristica fondamentale per vivere serenamente ma, nonostante questo, riuscire a raggiungere un’ accettazione di se stessi e delle proprie capacità, mostrandosi fieri e decisi, è un obiettivo tutt’ altro che semplice da raggiungere.
Sebbene i meccanismi da cui si sviluppa la stima di sé siano molto profondi e vadano ricercati nei primi scambi con le figure di attaccamento non approfondibili in questa sede, è comunque vero che, modificando certi modi di fare e di rapportarsi, è possibile sentirsi più calmi, sicuri e sintonizzati su ciò che si sta vivendo, mostrando agli altri, ma prima di tutto a se stessi, un’ immagine di persona determinata.
Abbiamo già visto quanto il linguaggio non verbale sia talmente spontaneo da avere la capacità di trasmettere informazioni senza che noi stessi, spesso, ce ne rendiamo conto (se vuoi approfondire, clicca qui) e proprio sulla base di questo è possibile in qualche modo “esercitarsi” a trasmettere un’ immagine di persona sicura di sé.
Alcuni studi hanno infatti mostrato come la postura sia in grado di influenzare il funzionamento del cervello, in particolare, assumere una postura che denoti sicurezza (spalle dritte e petto in fuori) modifica i livelli di testosterone e cortisolo nel cervello, “convincendo” il cervello di essere fiero di sé.
Ecco perché, modificando le proprie posture ed i propri gesti, si può cercare di influenzare il messaggio che il cervello riceve; ovviamente, quello che si deve fare non è adottare modalità innaturali e sgradevoli, si tratta semmai di modificare alcune modalità familiari (spalle chiude o sguardo verso il basso, per esempio) per verificare come corpo e mente si comporteranno di conseguenza.. 🙂

Cosa si deve fare, nella pratica, per mostrarsi sicuri?

  • Impara a stare diritto con la schiena, sia che tu sia in piedi che seduto, una postura ben eretta rimanda un senso di sicurezza e prestigio
  • Tieni la testa diritta, è importante che lo sguardo sia parallelo al suolo affinchè ci si senta fieri di sé (e gli altri ci percepiscano tali)
  • Lascia le spalle rilassate, le spalle tese rimandano, appunto, tensione, disagio e quindi senso di insicurezza
  • Distribuisci il peso su entrambe le gambe, questo ti permetterà di avere una posizione più “ferma”
  • Se stai seduto, rilassa le braccia appoggiandole ai braccioli della poltroncina, adottando un atteggiamento di apertura e relax
  • Non evitare lo sguardo degli altri, guarda l’ interlocutore negli occhi..senza esagerare, ovviamente..
  • Abbassa il tono della voce e parla più lentamente, tale atteggiamento vocale trasmette un senso di tranquillità e sicurezza.

Premesso che non è possibile controllare tutta la comunicazione non verbale, non va comunque dimenticato che, adottando alcuni accorgimenti, è possibile determinare dei cambiamenti nei pensieri, nei sentimenti e nel comportamento.

Riferimenti Bibliografici:
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

Ipocondria, ovvero l’ ansia di ammalarsi.

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L’ ansia possiede una grande varietà di sfaccettature che la porta a manifestarsi in modi e situazioni diversi dando origine a diversi tipi di fastidiosi sintomi, più o meno intensi e frequenti.
Si può ipotizzare che alla base della tendenza a sperimentare frequentemente l’ ansia si sia strutturata una personalità fobica. La convinzione su cui si basa tale organizzazione è quella per cui il mondo sia caratterizzato da pericoli imprevisti e la credenza che ne consegue è quella che per sopravvivere ad esso sia sempre necessario essere in uno stato di allerta tale da non farsi trovare mai impreparato di fronte ad una possibile minaccia.
Ciò può determinare lo svilupparsi di diverse sintomatologie su base ansiosa, sia rivolte verso l’ esterno (come avviene, ad esempio, nelle fobie), sia orientate internamente (come si verifica nell’ ipocondria).
Vorrei, in questa sede, affrontare quello relativo ai timori ipocondriaci.
La persona nota come ipocondriaca vive costantemente nell’ angoscia di avere o di contrarre una grave patologia e la preoccupazione risulta essere talmente elevata che, di fronte ad un segno o ad un sintomo anche blando, il primo pensiero, che non può che determinare una grande angoscia, è che si tratti di una malattia severa.Ipocondria2
Il disagio che ne consegue e che sperimenta chi soffre dell’ ansia di ammalarsi proviene, più che dal sintomo, dall’ apprensione per il significato attribuito al sintomo stesso anche perché, di frequente, ciò che viene scambiato per un indizio patologico è in realtà una semplice alterazione fisiologica e pertanto innocua e sperimentata comunque dalla gran parte delle persone. Nel caso, invece, in cui sia realmente presente una condizione medica la preoccupazione raggiunge dei livelli eccessivi e sproporzionati rispetto alla gravità della stessa.
In generale chi soffre di ipocondria è particolarmente vulnerabile al tema della malattia in senso generico: che lo riguardi o meno, tende infatti ad allarmarsi eccessivamente riguardo alle patologie, anche solo sentendo dire che qualcun altro si è ammalato o leggendo una notizia legata alla salute. Di fronte ai dubbi inerenti il proprio stato di salute, non esiste alcun tipo di rassicurazione medica che possa alleviare i sintomi, non solo non riescono a ridurre le preoccupazioni dell’ individuo ma tendono anzi, spesso, ad aumentarle. Comportamenti tipici a tal proposito sono quelli di controllare costantemente il proprio corpo, andando alla ricerca di “anomalie” o cercare in modo ossessivo informazioni sulla presunta malattia.
ipocondria4Questa ansia costante ed eccessiva, diventa talmente totalizzante da caratterizzarsi come l’ elemento centrale dell’ identità e dell’ immagine di sé, caratterizzandosi come l’ argomento di conversazione principale e come la reazione tipica di fronte agli eventi di vita stressanti diventando, nei casi più conclamati, fortemente disadattiva anche per quanto riguarda le relazioni sociali.

Quali sono le cause di questo disturbo?

Come accennato all’ inizio, in maniera analoga a quanto si osserva nella gran parte delle problematiche relative alla sfera ansiosa, si può ipotizzare che il disturbo ipocondriaco getti le basi su una personalità fobica (se vuoi approfondire, clicca qui).
In particolare, essere cresciuti in un contesto familiare iperprotettivo e ipercontrollante caratterizzato dalla tendenza a comunicare ansia in maniera più o meno diretta anche attraverso reazioni fisiche (come ad esempio tremore, forte sudorazione, tono di voce rapido), contribuisce a formare un’ immagine di sé come persona fragile e vulnerabile, bisognosa di cure e di attenzioni particolari.
Nel caso specifico dell’ ipocondriaco tale aspetto ansioso si caratterizza, già nella fanciullezza, con un’ immagine di sé come persona vulnerabile da un punto di vista fisico e pertanto bisognoso di cure e attenzioni particolari a causa della propria debolezza.

Superare l’ ipocondria..si può?

La prima difficoltà che si incontra nel buon proposito di uscire da tale condizione che genera disagio è sicuramente quella di realizzare ed accettare il fatto che la problematica abbia una base psicologica in quanto la tendenza del paziente ipocondriaco è tendenzialmente quella di rivolgersi a strutture mediche al fine di ottenere una diagnosi soddisfacente piuttosto che ad un professionista della salute mentale.
Una volta superato questo ostacolo, può essere d’ aiuto decidere di iniziare un percorso psicoterapeutico teso a comprendere le motivazioni che stanno alla base dell’ ansia relativa al costante timore di contrarre malattie, prendendo in questo modo coscienza delle dinamiche che lo sottendono al fine di adottare nuove modalità di gestione dell’ ansia e abbattere l’ immagine di sé come persona debole e vulnerabile.

Riferimenti bibliografici:
– American Psychiatric Association (2014), DSM-5, Raffaello Cortina Editore.
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

Chi sono i “donatori di energia positiva”..? Scoprilo e prova diventarlo anche tu!

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Siamo fatti di energia. Anche quando non ce ne rendiamo conto rimandiamo (a noi stessi e agli altri) una carica energetica che può essere positiva o negativa.
A chi non capita di avere delle giornate “nere”..? Quando ci si sente stanchi e tristi sembra non andarne dritta una, avendo un “livello energetico” molto basso si tende ad essere negativi, a piangere, urlare, lamentarsi togliendo, talvolta senza neanche rendersene conto, energia vitale a se stessi per primi e, non di meno, alle persone che ci stanno intorno. Questo perché, negli scambi relazionali che intratteniamo ogni giorno, inconsapevolmente, ognuno di noi emana energia che può avvicinare o, al contrario, tenere distanti le persone con cui ci rapporta. Provate a far mente locale e pensate a come vi sentite dopo esservi rapportati ad una persona sorridente o, al contrario, ad una persona annoiata.
Non avete come la sensazione di sentirvi alleggeriti o, al contrario, appesantiti in seguito ad incontri di questo tipo?
Del ruolo dei vampiri emotivi e dei modi attraverso i quali indeboliscano sia se stessi che gli altri abbiamo già discusso, non bisogna dimenticare, però, che esistono anche persone che sono in grado di trasmettere un senso di benessere e di energia positiva, da cui ognuno può imparare molto.
Le persone positive sono coloro che riescono a godere il buono della vita, che di fronte alle difficoltà non si lasciano prendere dal panico ma tirano fuori grinta e ottimismo, aspetti che si configurano come caratteristiche fondamentali per una buona riuscita nella vita.energia-positiva2

Riuscire a circondarsi di queste persone è importante perché, grazie alla loro flessibilità e alla loro propensione al benessere, si mostrano in grado di risollevare il morale quando ci si sente giù o dare buoni consigli e trovare soluzioni quando pare impossibile. Inoltre, cosa di non minore importanza, quando si trascorre tempo in compagnia di persone positive, i confini di ciò che è possibile si espandono e questo permette di considerare nuove opportunità, aprendosi al mondo con entusiasmo.

Come capisci di avere a che fare con donatori di energia positiva?

◊ In loro compagnia ti senti bene: la loro capacità di cogliere sempre il meglio da ogni situazione, il loro sorriso contagioso, la capacità di godere di ogni cosa li circondi trasmette un senso di benessere e tranquillità che rasserena chiunque stia loro vicino.

◊ Ti aiutano quando sei in difficoltà: i donatori di energia positiva rispettano gli altri e tendono la mano ogni volta che possono senza chiedere nulla in cambio, sono generosi e gentili ed è per questo che tendono ad avere relazioni sane.

◊ Ti fanno ridere: ridono tantissimo e, si sa, la risata è contagiosa! 🙂
Ogni volta che ti rubano un sorriso insegnano a non prendere né se stessi né la vita troppo seriamente, approfittando anzi di ogni occasione per ridere e favorendo, in questo modo, il benessere fisico e mentale.

◊ Ti perdonano quando sbagli: le persone positive sanno che riuscire a perdonare è una capacità fondamentale  per stare bene in quanto, ogni volta che non ci si riesce, si finisce per accumulare rabbia che, come ripetuto più volte, nuoce alla salute più di quanto non si pensi. È molto più vantaggioso, invece, imparare dai propri e dagli altri errori, lasciando andare ed evitando di ripeterli.

Come diventare, a tua volta, un donatore di energia positiva?

pensieri-positivi3♦ Osserva..e impara: Sicuramente conoscerai una o più persone che possiedono le caratteristiche appena menzionate, allora focalizzale..e usale come modelli! Coltiva l’ ottimismo, sii disponibile e aperto agli altri, ridi, perdona.

♦ Sii riconoscente: anche in quelle giornate in cui niente sembra filare per il verso giusto, non lasciarti prendere dal pessimismo; anziché concentrarti su ciò che manca, concentrati su ciò che hai, apprezza le persone e le cose che ti circondano, cogline il bello e apprezza tutto ciò che possiedi.

♦ Trova nuovi stimoli: incontra nuove persone, inizia una nuova attività, esci dalla tua zona di confort e sii curioso di scoprire cosa può riservarti la vita.

♦ Non giudicare: avere un atteggiamento giudicante ti rende rigido e severo; anziché focalizzare il pensiero sugli altri, concentrati su di te, su come sei, su come vorresti essere e su cosa puoi fare per  migliorarti.

♦ Goditi la vita: non farti togliere energie da cose frivole, godi il presente, concediti  tempo per te e fatti qualche piccolo regalo, coccolati.

♦ Non ti arrendere mai:  per ultimo, fondamentale, non abbatterti mai davanti ai fallimenti. Come diceva Edison “Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato scartato è un altro passo avanti”.

Sei d’ accordo..? 😉

Riferimento Bibliografico:
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

Prendi le distanze dalle persone maleducate (e conserva la tua energia!) praticando l’ arte della gentilezza.

Viviamo immersi in una vita frenetica. Costantemente di corsa, oberati di impegni, stanchi e con la sensazione di avere sempre i minuti contati e l’ acqua alla gola, il nervosismo e la maleducazione sembrano essere all’ ordine del giorno.
Pare esserci sempre meno tempo per viversi nei panni dell’ altro, per fermarsi ad ascoltare e, soprattutto, per evitare di mettersi sulla difensiva.

maleducazione1Quante volte, nell’ arco di una normalissima giornata, capita di dover discutere per un parcheggio, di innervosirsi durante la fila al supermercato, di suscitare (talvolta senza neanche rendersene conto) l’ ira di qualcuno..?

Dinnanzi alla rabbia, si sa, la reazione più immediata è quella di comportarsi allo stesso modo di chi si ha di fronte, magari impuntandosi su un argomento, alzando la voce più forte e rispondendo male e ciò avviene, a maggior ragione, avviene quando si ha a che fare con persone maleducate. Anche in queste circostanze, infatti, la reazione automatica è quella di replicare in maniera speculare, lasciandosi coinvolgere dall’ ostilità manifestata da chi si ha di fronte, in un crescendo di urla ed espressioni colorite che solitamente  lasciano l’ amaro in bocca.
Quando ci si rapporta ad una persona maleducata è molto probabile che ci stia usando (come magari è abituata a fare quotidianamente) come una specie di capro espiatorio, facendo di noi la sua valvola di sfogo e, ponendosi in una posizione di sfida ed attacco, riuscendo a farci sentire in diritto di reagire in maniera aggressiva facendosi cadere, in un certo senso, nel suo “tranello” e finendo inevitabilmente per rovinarci la giornata.
In realtà, se una persona è maleducata, non è detto che la nostra risposta debba esserlo a sua volta, soprattutto se l’ obiettivo che si vuole raggiungere è quello di preservare la propria serenità. Ogni volta che si permette a qualcuno di generare un nervosismo dentro di noi si sta infatti dando a quella persona la possibilità di avere un potere sulla nostra tranquillità interiore, minandola.

Non si può decidere di non avere a che fare con persone ostili, ma come reagire alla provocazione è una decisione che spetta solo a noi stessi.

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Come imparare ad esprimere gentilezza quando è l’ ultima cosa che si ha voglia di fare?

 Ecco alcuni consigli pratici:

1 ⇒ Non giudicare. Allenati tu per primo a sviluppare empatia.

Se qualcuno si pone in maniera ostile, prova a dirti che forse ha avuto una brutta giornata e che, purtroppo, oggi sei tu a farne le spese, ma senza dimenticare di coltivare sempre un atteggiamento positivo sugli altri, anche quando il loro atteggiamento è fastidioso e maldisposto.
Ciò non cambierà ovviamente le cose ma modifica il tuo modo (sicuramente più sereno) di affrontarle.maleducazione3

2 ⇒ Esercitati ad essere gentile.

A volte l’ atteggiamento degli altri viene percepito come particolarmente indelicato perché siamo noi, per primi, che ci mettiamo sulla difensiva. Sforzati di non avere pregiudizi nei confronti degli altri e di pensare bene anziché male di qualcuno

3 ⇒ Chiedi spiegazioni, tranquillamente.

Hai mai provato, di fronte a qualcuno che sta alzando la voce senza un (apparente o meno) motivo, di chiedere, in massima tranquillità, perché lo sta facendo? Come mai è arrabbiato?
Così facendo, potresti riuscire a spiazzarlo, rompere il muro tra voi e aumentare le probabilità di iniziare una conversazione costruttiva, anziché continuare a perdere tempo..ed energie!

4 ⇒ Sii in grado di capire quando è il momento di lasciar stare.

A volte ci si trova di fronte a persone talmente rigide e ostinate, che mantenere la calma o un livello elevato di conversazione può essere davvero difficile. Sono queste le circostanze in cui la cosa migliore da fare è, dopo aver chiuso cortesemente la conversazione, andare via evitando di cadere nel tranello di discussioni inconcludenti o, peggio ancora, di situazioni aggressive rischiando di finire nei guai.

Riferimenti Bibliografici
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

Sito di nuovo attivo!

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Finalmente il sito è tornato funzionante all’ indirizzo http://www.ilariavisconti.it! 🙂

Da giovedì tornano on-line gli articoli settimanali.

Buona serata a tutti 🙂

Sito momentaneamente fermo

 

Purtroppo la problematica riscontrata al sito http://www.ilariavisconti.it è più complessa del previsto e occorrerà purtroppo maggiore tempo per risolverla.
Al momento, quindi, il sito è fermo. È possibile visionarlo all’ indirizzo http://www.ilariaviscontifirenze.wordpress.com.

Per qualsiasi necessità è possibile contattarmi al telefono 339.6034157 oppure tramite mail: doc.ilariavisconti@gmail.com

Fiduciosa di risolvere quanto prima, auguro una buona giornata 🙂

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Purtroppo, in seguito a problemi nel rinnovamento del dominio, il sito www.ilariavisconti.it non è momentaneamente visibile.
Conto di risolvere quanto prima, ma temo che occorreranno alcuni giorni.
Per ora è possibile consultare il blog (che, per ora, non sarà aggiornato) all’ indirizzo http://www.ilariaviscontifirenze.wordpress.com

Buona Giornata a tutti..grazie per la comprensione! 🙂

Forse hai a che fare con un narcisista ma non lo sai.. – il “narcisista covert”.

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Il narcisismo è una tendenza talmente tanto radicata nella società occidentale da essere un fenomeno comportamentale ben noto a tutti e, sebbene una buona dose di narcisismo sia necessaria per sviluppare una sana autostima, non si può non tener conto del fatto che, quando si manifesta in maniera eccessiva, oltre a generare infelicità in chi ne soffre, crea difficoltà in coloro che vi si rapportano.
Siamo soliti pensare al narcisista come ad una persona egocentrica, arrogante, bisognosa di ammirazione e famelica di successo che, completamente focalizzata su di sé e sui propri bisogni, è totalmente disinteressata rispetto a ciò che le persone che le stanno intorno provano.
In effetti, il termine narcisismo prende il suo nome proprio da Narciso, il giovane protagonista dell’ omonimo mito di Ovidio che, innamorandosi dell’ immagine di sè riflessa nell’ acqua, si consuma di desiderio per se stesso. Similmente a lui, gli individui con personalità narcisistica, sebbene nascondano un’ autostima molto fragile e insicura, mostrano all’ esterno la convinzione quasi irremovibile di essere speciali e perfetti, totalmente incapaci di interessarsi ai bisogni delle altre persone mettendo, sempre e comunque, i propri al primo posto.
La sensazione per chi si rapporta con una personalità narcisista è quella di non essere mai amata, riconosciuta, apprezzata e ascoltata, con la conseguenza di sentirsi sminuita nella sua persona e quindi non apprezzata.
Queste caratteristiche sono presenti nel narcisista inteso nella sua accezione più ampia e che può essere definito “inconsapevole” proprio perchè, totalmente incosciente dell’ impatto che il suo atteggiamento egocentrico può avere sugli altri, non si preoccupa minimamente di ferirne i sentimenti, anche a causa della sua incapacità di riuscire a mettersi nei panni altrui.
A volte però, ci si relaziona a persone che, sebbene non manifestino caratteristiche riconducibili a questa personalità, lasciano comunque in chi vi si rapporta, la sensazione di non essere mai abbastanza adeguati o all’ altezza delle sua aspettative; in questi casi è possibile che si abbia a che fare con un narcisista che è stato definito da alcuni come “ipervigile” (o covert).
A differenza di quanto si nota nel narcisista inconsapevole in questo caso è estremamente frequente una grande sensibilità alle critiche; anzichè mostrarsi sicuro e fiero di sé, in questo caso la timidezza e il timore di essere rifiutato o umiliato hanno la meglio ed i sentimenti di grandiosità sono presenti, sebbene siano camuffati da modestia, tristezza e atteggiamento ipercritico nei confronti delle altre persone.
Anche se, a prima vista possa sembrare che questo tipo di narcisista abbia un impatto minore su chi si relaziona a lui, in realtà non va dimenticato che questa modalità persistente di rapportarsi può renderlo, in certi casi, anche molto manipolatorio, soprattutto nell’ ambito delle relazioni sentimentali ed è in questi casi che riuscire a “smascherarlo” può essere utile a chi si rapporta con lui, per tutelare se stesso, ma anche per rendere il narcisista covert più consapevole dell’ impatto che il suo comportamento può avere sugli altri.

Come si riconosce un narcisista covert?

Non ricerca attenzione in modo palese sebbene la desideri e, nel momento in cui non gli viene concessa, trova il modo di “vendicarsi” (mettendo il broncio, dicendo bugie o lamentandosi).

Ha un atteggiamento molto rigido, per cui quando crede di aver subìto un torto, taglia i ponti senza chiedere spiegazioni o chiarificazioni.

narcisismo-covert3 Il suo smisurato bisogno di garantirsi la vicinanza degli altri, lo porta spesso ad adottare atteggiamenti per controllare l’ altro che possono far leva sul senso di colpa, sulla seduzione o sul bisogno di apparire come vittima.

Tende a mostrare un’ immagine di sé come persona fragile e molto sfortunata.

Le modalità usate dai narcisisti covert per avere “i riflettori puntati su di sé”, sono indirette e consistono nel mettere l’ altro nella condizione di sentirsi poco adeguato a rispondere ai suoi bisogni e per questo prediligano modalità manipolatorie per avere il controllo della situazione e sulle persone.
Questo quadro di personalità genera una grande dolore in chi ne soffre e tende, al tempo stesso, a togliere molte energie a chi vi si rapporta che, nonostante i ripetuti sforzi, avrà sempre la sensazione di “non essere mai abbastanza”.

Riferimenti Bibliografici:
-Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.
– Gabbard, G. O. (1989). “Two subtypes of narcissistic personality disorder”. In Bulletin of the Menninger Clinic, 53, pp. 527-532.
-Wink, P. (1991). “Two faces of narcissism”. In Journal of Personality and Social Psychology, 54, 446-463.